Mi rendo conto di essermi presa una pausa decisamente lunga, per quanto involontaria. Non volevo però lasciare "appeso" questo piccolo ciclo di post nato dalla lettura di un articolo ormai datato , letto su Hospitality news circa un anno e mezzo fa, firmato da Andrea d'Angelo.
La transumanza.
Questo termine, nel cuore di un'abruzzese mezzosangue, evoca un mix di emozioni positive: ricordi d'infanzia visivi e olfattivi, paesi di montagna, cibi genuini e basta, che altrimenti mando in corto la tastiera....
Associarlo alle "carrettate" di clienti che alle 12-12,30 abbandonano l'ombrellone per presentarsi, spesso in tenute non proprio consone, al ristorante dell'albergo, un po' meno.
Lo scenario è quello di un lungomare di una qualsiasi località della riviera Adriatica, che negli ultimi decenni si è organizzata per accogliere un turismo "di massa"; nel caso specifico si parla di Rimini e Riccione, ma il racconto è adattabile a moltissime altre cittadine.
I nostri eroi sarebbero costretti a rientrare a 40° per l'orario di apertura del ristorante, per trovare il menu scelto la sera prima e aria condizionata a palla.
Ma chi sono questi nostri eroi? Sono coppie giovani in cerca di avventura? Sono famiglie attive, che ti chiedono il "pranzo al sacco" per andare a fare rafting in montagna? Sono "lucertole" (come le chiamo io, quando smetto di frequentare il lungomare della mia città) che, in barba alla dermatologia, occupano il loro posto al sole dall'alba al tramonto, sostituendo il pranzo con una bella centrifuga di carote e zenzero? Sono post-millennials, che a orario di colazione si bevono l'ultimo mojito della serata e si addormentano direttamente in spiaggia, poi rientrano per prepararsi all'happy hour e si danno al junk food per tamponare la sbronza? Sono coppie amanti della cucina gourmet, che fanno il pieno di stelle a tavola e che prendono l'albergo solo come punto d'appoggio, più o meno casuale?
Oppure saranno gli ospiti dei "soggiorni climatici" (sapete di cosa parlo, vero??? "URG!! GRP ANZ..."), che si portano appresso anche l'infermiere, che il sole dovrebbero evitarlo almeno dalle undici alle sedici, per i quali le agenzie spuntano tariffe ridicole in piena stagione, che molti albergatori continuano ad ospitare solo per non restare vuoti? O magari saranno le famiglie a budget ridotto, che portano i figli a fare la vacanza al mare, ma che spenderebbero molto di più cambiando trattamento e ordinando pizze, hamburger e sushi a domicilio per cena -perché il pranzo lo offre gentilmente e inconsapevolmente la direzione con il buffet delle colazioni - ?
Le vacanze non devono essere un lusso per pochi, ma è normale che la modalità di fruizione delle stesse sia proporzionale al proprio budget. Ora certamente non ho citato tutte le tipologie degli ospiti che prenotano la pensione completa, ma, tra le greggi che si muovono in massa all'ora di pranzo, molte appartengono a dei target che non sono remunerativi per l'albergo, sia in termini di guadagno, sia in termini di reputazione.
Ognuno fa le sue scelte: se si sceglie di essere "low cost", difficilmente ci si scollerà quest'etichetta (e sarà inutile ed ipocrita stracciarsi le vesti davanti ai risultati di fine stagione/anno). Se è un singolo imprenditore a fare questa scelta, poco male, affari suoi! Se poi resta poco per il gestore, non potrà lamentarsi del fatto che lo chef e il maitre guadagnino più di lui.
Ma il problema, come giustamente ha affermato Armando Travaglini (Digital Marketing Turistico) in un'occasione recente, è che sopra la riviera Adriatica si è formata una grossa nuvola di Fantozzi con su scritto "low cost". Come si è creata questa situazione, se non a seguito dell'adesione di singoli imprenditori ad un modello di lavoro tanto semplice quanto dannoso a medio e lungo termine? Perché chi va in vacanza sul medio Adriatico pretende di pagare poco, ma non si accontenta di avere un servizio proporzionale a ciò che paga? Chi ha educato questi ospiti a non dare il giusto valore al servizio, svendendo la propria struttura, insieme al territorio, abbassando i prezzi e la qualità dell'accoglienza?
Stando così le cose, poi, perché continuano a dire che i nostri prezzi sono alti, se non c'è tutto questo guadagno?
È sbagliato continuare a proporre la pensione completa, anche se non proponendola si perde quella fetta di mercato medio/alto-spendente, che la sceglie per comodità ma che è pronta a pagarla in maniera equa?
Oppure siamo arrivati ad un punto in cui la pensione completa non è più sostenibile alle condizioni attuali, ma possiamo sperare di fare un certo restyling del trattamento, con un lavoro mirato ad attirare l'attenzione di chi dà valore al servizio?
Qui si aprirebbero mille parentesi: la qualità e il costo del personale, il controllo dei costi in cucina, lo studio di un menu che esprima sapori più autentici ma che sia economicamente sostenibile, ecc...
In realtà questi ragionamenti hanno origine da un unico interrogativo, che pongo nel mio linguaggio parlato e di cui non posso accaparrarmi di certo la maternità:
A casa nostra, noi, chi ci vogliamo?
Chi si è dato una risposta, ha già cambiato marcia. Oppure sta aspettando di schiantarsi.
Maleducati ossequi.
LaReception
L'opinione dell'operatore turistico, unico attore inascoltato del web 2.0. Recensioni, recensori, strutture ricettive, brand reputation, marketing turistico e realtà vissuta sul campo, quella che difficilmente vi racconteranno.
lunedì 27 gennaio 2020
Prepariamo le esequie della pensione completa? - 4 la transumanza
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lunedì 28 gennaio 2019
“Il cliente ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” 3 - i tour operator e il costo di soddisfare il cliente a tutti i costi
Il mio “domani”
si è fatto attendere, chiedo venia!
Ero rimasta più o meno qui: cosa può comportare, nel medio e lungo termine,
l’idolatrare il cliente da parte dei tour operator? Mi ricollego
un attimo al mio post precedente, prima di proseguire e chiudere
questo argomento.
Una mia amica e
collega, di cui ho la massima stima perché è veramente in gamba, mi
ha fatto notare che non ho menzionato le assicurazioni nel mio ultimo
post, completando il discorso anche con il motivo per il quale non lo
avrei comunque dovuto fare: l’assicurazione non rimborsa ciò che
non deve.
Infatti ho saltato
la faccenda “assicurazione” proprio perché volevo trattare
vicende che non includono i motivi gravi per i quali questa viene
stipulata.
-
Non è per un’oggettiva “vacanza rovinata”, di cui si parla da un po’ di tempo, che i clienti credono di avere il diritto ad essere rimborsati - e le clausole che siamo obbligati a firmare sui contratti coi soliti tour operator, ma non solo con loro, ne sono una palese dimostrazione.
-
Non tutti sono in grado di scindere l’esperienza soggettiva dalla qualità oggettiva di quello che hanno pagato.
Quindi, la “vacanza
rovinata” per la quale chiedere un rimborso, in realtà, è una
vacanza non all’altezza delle aspettative del cliente. Aspettative
che si è creato lui, giuste o esagerate, comunque soggettive, oppure
anche aspettative indotte da chi aveva premura di vendere.
Per evitare la
perdita del cliente, oltre che per evitare che la “brand
reputation” precipiti, che farà il nostro operatore?
-
Si procurerà un indennizzo per calmare il cliente (indovinate presso chi...);
-
Adotterà la tecnica dello “scarica barile” per restare “pulito” ai suoi occhi.
Questo è soltanto
uno degli esempi più eclatanti del modo, a mio avviso errato, in cui il mondo dei viaggi, e di conseguenza anche parte del mondo dell'ospitalità -attivamente o passivamente-, stia perseguendo la customer satisfaction.
Capisco, in parte, che questa sia
una “reazione uguale e contraria” per “vendicarsi” di quello
che alcuni clienti, negli anni, hanno subito da truffatori e pessimi
gestori (con pessimo personale), di cui ancora non riusciamo a
liberarci.
Ma un conto è
combattere la disonestà e la mancanza di professionalità in questo
settore, un altro conto è snaturare i nostri servizi e piegarsi a
qualsiasi capriccio di chi li acquista.
È inoltre
estremamente pericoloso applicare il “soddisfatto o rimborsato”
ad un prodotto complesso come una vacanza, ma anche un semplice
soggiorno, poiché molti criteri adoperati dal cliente per giudicare
questo tipo di prodotto sono proprio soggettivi.
Orientarsi al
cliente è ben diverso dal diventarne schiavo: lasciargli credere che
i suoi desideri siano diritti, magari già inclusi nel prezzo, è la
strategia corretta per avere un numero crescente di lamentele da
gestire.
Al primo desiderio
non soddisfatto, alla successiva aspettativa delusa, ecco che il
cliente sarà nuovamente scontento. Si potrà dare la colpa di nuovo
al fornitore? Questo accetterà di rimborsare ciò che non gli
compete? Quanto tempo passerà prima che anche lui si stufi e
preferisca altri canali di vendita?
Capisco che le
OTA/OLTA abbiano portato scompiglio anche e soprattutto tra coloro a
cui hanno “rubato il lavoro”, oltre che tra le strutture che si
sono viste obbligate a collaborarci, e che si vedono aumentare le
vendite intermediate, però non si rimane a galla sfinendo il
fornitore, obbligandolo a delle condizioni che da pesanti stanno
diventando inaccettabili, con tutte le conseguenze del caso.
Cancellazione
gratuita a pochi giorni dall’arrivo, in destinazioni per le quali
trovare un rimpiazzo per una camera disdetta all’ultimo minuto è
difficile, rimborsi per le più disparate mancanze immaginarie,
“cortesie” che diventano “diritti”, release “elastico” a
nostra insaputa, fette di …?
E loro cosa ci
mettono?
Forse non è solo il nostro modo di lavorare il problema...
È più facile dare la colpa a noi, ed estorcerci delle concessioni
che agli occhi del cliente passano per “trattamenti esclusivi se
prenoti con loro”, che passarsi una mano sulla coscienza e
chiedersi se il loro modo di vendere vada ancora bene nel 2019.
Spremerci fino al midollo non sarà mai abbastanza per soddisfare le
aspettative sempre più alte dei loro clienti e prima o poi ci
tireremo indietro, continuando a rivolgerci a chi è capace di farsi
un giudizio più oggettivo di ciò che riceve – o chi magari, nel
frattempo, ha maturato la capacità di farselo.
Allora chi lavora
bene, rispettando clienti e collaboratori, lavorerà lo stesso e chi
lavora male lavorerà meno e se lo sarà anche cercato… Sia dal
lato “travel” che dal lato “hospitality”.
Maleducati ossequi.
LaReception
lunedì 14 gennaio 2019
"Il cliente ha le sue ragioni, che la ragione non conosce" 2 - ovvero i tour operators e le pratiche autolesioniste, nel medio e lungo termine, riguardo la soddisfazione del cliente
Riprendo da dove ho lasciato…
In quest’era
digitale, come possono mantenere i tour operators attiva, e in
attivo, la parte dei viaggi che riguarda destinazioni sicure, che
ormai la maggior parte delle persone è in grado di prenotare da sé,
direttamente dallo smartphone tra l’altro?
-
Condizioni molto vantaggiose, se non le più vantaggiose (no, non ce la faccio a riscriverlo!)
-
Rimborso nel caso qualcosa vada storto.
E dunque, partiamo
dal punto n. 2
Che significa “nel
caso qualcosa vada storto”?
-
Il servizio prenotato in hotel non corrisponde a quello che l’hotel ha promesso?
-
Il servizio prenotato in hotel non corrisponde alle aspettative del cliente riguardo allo stesso?
Ma se il motivo non
è lo stesso del punto I, perché la realtà non corrisponde alle
aspettative del cliente? È il cliente che non comprende cosa ha
comprato, per cui non è soddisfatto dell’acquisto, perché si
aspettava qualcosa di diverso, oppure l’esigenza di vendere spinge
ad alimentare le aspettative del cliente ben oltre la realtà che
troverà?
Il cliente, ad ogni
modo, è scontento, o almeno così si mostra una volta tornato a
casa.
E qual è il punto
debole, usando il quale si potrà evitare che il cliente non voglia partire più con quel tour operator?
Il portafogli, ovvio.
Quindi, perché non
promettere un bel rimborso in caso di “vacanza infelice, per
qualsiasi motivo”? E chi, secondo voi, rimborserà questa
infelicità? Il tour operator? Certo, al cliente sembrerà questo e
sarà contento di essere stato preso in considerazione (e di essersi
fatto una vacanza sotto costo…).
In realtà chi paga?
È scritto in tutte quelle clausole nei contratti con certi tour
operators che hanno adottato questa politica per tenersi stretti i
clienti… Ma nel caso ne arrivi uno un po’ “piantagrane” in
hotel, quante sono le probabilità che si procuri qualche prova che
il soggiorno non è stato come promesso sul catalogo e che vada a
chiedere il rimborso per la “vacanza infelice”?
A ritroso tocco
anche il punto 1, offrire le condizioni più vantaggiose. Il che
significa, fondamentalmente, “tirarci il collo” con le
commissioni e le offerte, come ben insegnano le OTA, a fronte del
miglior trattamento possibile quanto a qualità del soggiorno e, come
ben insegnano le OTA, politiche di cancellazione particolarmente
favorevoli per il cliente.
Bene, a chi lavora
al mare, come me finora, se arriva una cancellazione sotto data per
un bel soggiorno ad agosto prende un infarto secco, perché significa
che dovrà inventarsi la vendita di quella stanza per un incasso
almeno pari a quello perso. Se si prevede una “tempesta tropicale”,
o se i giornalisti sparano una “forte scossa di terremoto” che
neanche i locali hanno percepito, e tutti corrono a cancellare il
soggiorno sotto data, cosa facciamo, andiamo in ferie?
Nel prossimo post
metterò da parte i nostri interessi per parlare di quello che può
comportare a medio e lungo termine questa divinizzazione del cliente.
Al massimo domani…
Maleducati ossequi.
LaReception
“Il cliente ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” - 1 ovvero i tour operators e le pratiche autolesioniste, nel medio e lungo termine, riguardo la soddisfazione del cliente
Lo so, ho trascurato ancora questo spazio, tra la re-iscrizione all’università (eh sì, ho deciso che era ora di concludere un percorso interrotto diversi anni fa, con molto dolore), le maratone festive e la maledetta influenza; ma prima di concludere la serie che avevo iniziato qualche mese fa, mi premeva trattare un tema a me molto caro.
Fino a non molti anni fa, la gestione “analogica” delle comunicazioni permetteva ai furbi di vendere camere inesistenti in hotel di fantasia, accogliendo i clienti all’arrivo con l’amara verità di aver prenotato un soggiorno diverso da quello che era stato loro proposto. Per contrastare questo fenomeno, che in alcuni casi (non so come) continua a persistere, chi si faceva garante con il cliente del soggiorno acquistato ha iniziato ad adottare delle misure che lo tutelassero, misure vessatorie nei confronti della struttura che “rifilava la sòla”.
Perfettamente giusto. Credo nell’onestà nel nostro lavoro: il cliente deve sapere le cose come stanno ed essere libero di scegliere - ed essere onesti paga. Ed è giusto che i disonesti paghino.
Cos’è cambiato, però negli ultimi anni, da quando l’internet è per tutti e la tecnologia “a buon mercato”?
1. Il turista fai-da-te di una vecchia pubblicità ha a disposizione decisamente molti più contenuti di venti anni fa e prendere una fregatura è molto meno probabile. Quindi, magari, sente meno la necessità della “protezione” fornita dall’agenzia e dal tour operator.
2. Lo stesso turista, grazie ad app e siti di facile utilizzo, riesce a prenotare tutto ciò che gli serve, almeno per le mete sicure. Quindi, sente di meno la necessità di essere aiutato dall’agenzia e di appoggiarsi al tour operator.
3. Se il cliente è ancora “analogico”, o fidelizzato, e qualcosa va storto con quel tour operator, è probabile che il cliente per il prossimo viaggio non lo scelga, o che cambi anche agenzia. O che si impratichisca e diventi turista fai-da-te, o si faccia aiutare da parenti e amici.
Ora lasciamo stare i primi due punti.
Veniamo al terzo.
Come tenersi stretto il cliente?
1. Cercando di riservargli il miglior trattamento, scegliendo le migliori strutture al miglior prezzo (mi viene l’orticaria solo nello scriverle, queste ultime tre parole), offendogli il miglior viaggio al miglior prezzo (…), pur guadagnandoci sopra, programmi fedeltà, ecc…
2. Assicurandogli che, se qualcosa andasse storto, avrebbe un rimborso.
Lasciamo stare il punto 1, almeno all'inizio.
Il punto 2 lo sviluppo nel mio prossimo post, ma vi farò attendere solo qualche ora… Non voglio abusare della vostra attenzione.
Maleducati ossequi.
LaReception
Fino a non molti anni fa, la gestione “analogica” delle comunicazioni permetteva ai furbi di vendere camere inesistenti in hotel di fantasia, accogliendo i clienti all’arrivo con l’amara verità di aver prenotato un soggiorno diverso da quello che era stato loro proposto. Per contrastare questo fenomeno, che in alcuni casi (non so come) continua a persistere, chi si faceva garante con il cliente del soggiorno acquistato ha iniziato ad adottare delle misure che lo tutelassero, misure vessatorie nei confronti della struttura che “rifilava la sòla”.
Perfettamente giusto. Credo nell’onestà nel nostro lavoro: il cliente deve sapere le cose come stanno ed essere libero di scegliere - ed essere onesti paga. Ed è giusto che i disonesti paghino.
Cos’è cambiato, però negli ultimi anni, da quando l’internet è per tutti e la tecnologia “a buon mercato”?
1. Il turista fai-da-te di una vecchia pubblicità ha a disposizione decisamente molti più contenuti di venti anni fa e prendere una fregatura è molto meno probabile. Quindi, magari, sente meno la necessità della “protezione” fornita dall’agenzia e dal tour operator.
2. Lo stesso turista, grazie ad app e siti di facile utilizzo, riesce a prenotare tutto ciò che gli serve, almeno per le mete sicure. Quindi, sente di meno la necessità di essere aiutato dall’agenzia e di appoggiarsi al tour operator.
3. Se il cliente è ancora “analogico”, o fidelizzato, e qualcosa va storto con quel tour operator, è probabile che il cliente per il prossimo viaggio non lo scelga, o che cambi anche agenzia. O che si impratichisca e diventi turista fai-da-te, o si faccia aiutare da parenti e amici.
Ora lasciamo stare i primi due punti.
Veniamo al terzo.
Come tenersi stretto il cliente?
1. Cercando di riservargli il miglior trattamento, scegliendo le migliori strutture al miglior prezzo (mi viene l’orticaria solo nello scriverle, queste ultime tre parole), offendogli il miglior viaggio al miglior prezzo (…), pur guadagnandoci sopra, programmi fedeltà, ecc…
2. Assicurandogli che, se qualcosa andasse storto, avrebbe un rimborso.
Lasciamo stare il punto 1, almeno all'inizio.
Il punto 2 lo sviluppo nel mio prossimo post, ma vi farò attendere solo qualche ora… Non voglio abusare della vostra attenzione.
Maleducati ossequi.
LaReception
venerdì 5 ottobre 2018
Prepariamo le esequie della pensione completa? - 3 I clienti
Ricordo sempre che
la mia riflessione è scaturita dall’articolo di Andrea d’Angelo
di Teamwork
https://www.hospitalitynews.it/in-morte-della-pensione-completa/ su
Hospitality News.
L’autore, parlando
dei clienti "tipici" che prenotano la pensione completa in hotel, li divide
simpaticamente in due categorie:
- famiglie “con
teppisti”
- evergreen
che immancabilmente
terminano la vacanza a “zero extra”.
Ma perché dovremmo
racchiudere in queste categorie tutte le famiglie con bambini, più o
meno teppisti, che chiedono su per giù una certezza della spesa,
avendo un dato budget, e che hanno bisogno di non stressarsi troppo
con gli spostamenti in vacanza? Oppure, chi dice che tutti gli
appartenenti a queste categorie non consumino nulla? Il trattamento
“pensione completa” automaticamente attira queste categorie nella
loro versione meno redditizia?
“Teppisti”.
Chi segue la mia
versione “Miss Hyde” su Facebook (
https://www.facebook.com/maleducazioneturistica/
, dove esprimo il peggio di me tanto per capirci) si è già
imbattuto in diversi “meme” in cui mostro il mio amore
sconfinato per certi bambini (in realtà
per certi genitori) che passano per l’hotel…
Certi, non tutti.
Ora, tra chi
demolisce il tavolo a pranzo, pitturando con il ragù il coprimacchia
, o creando arte moderna sul pavimento, e/o testa la resistenza agli
ultrasuoni dei bicchieri a tavola (oltre che degli ignari
commensali) nell’approvazione gioiosa di mammina e papino (o nella
loro totale indifferenza), e chi mangia tranquillamente seduto a
tavola con la famiglia, c’è una leggera differenza.
Dovrei privarmi
dei secondi clienti solo perché i primi esistono?
“Evergreen”
Devo dire che questa
definizione mi ha fatto sorridere. Ma di quali evergreen parliamo? Di
certi, autonomi, che fanno anche più di 1000 km in auto per andare
in vacanza in quel posto, in quell’albergo, oppure degli arcinoti
“urgente!!! grp anziani pensione completa ½ acqua ¼ vino,
spiaggia con ombrellone e lettini, animazione, serate danzanti, 1
gratuità ogni 20 pax, infermiere ecc. 29 euro al giorno a persona”?
29 euro.
Ma cosa passo loro
da mangiare con 29 euro? Come lo pago il personale con 29 euro?
Qualcuno è ancora convinto che, pagando poco, si accontenteranno di
poco? Ditemi che un povero illuso simile si è estinto già da un bel
pezzo!!!
Zero extra
Se io ho un bar che
vende solo amari, grappe e poco altro, gli extra al bar delle
famiglie rasenteranno lo zero… Magari gli evergreen un amaro,
durante il torneo di briscola, se lo bevono… sempre che la glicemia
sia sotto controllo!
Scherzi a parte, la
questione “extra” spesso viene mal gestita perché l’offerta
degli extra non tiene conto della tipologia di ospite che si ha in
hotel. Insomma, anche il bar segue l’andazzo generale: “caro
ospite, io ti do questo, ti deve stare bene: prendere o lasciare”.
Se uno è costretto a prendere, prende e paga, ma se può lasciare,
perché dovrebbe spendere per qualcosa che non gli piace?
Clienti da
pensione=clienti che spendono poco?
Ni. Le richieste del
dopo Ferragosto ci insegnano, anno dopo anno, che non c’è limite
alla contrattazione. Ed è il potenziale cliente a fare la voce
grossa: “ho mille euro, se le sta bene vengo”.
Non tutti sono così,
però. E sembrerà la soluzione più sciocca, ma il filtro che
funziona di più in entrata, anche se non al 100%, è proprio il
prezzo . A fronte di un servizio che sia all’altezza di ciò
che si chiede, ovviamente!
Se certe
destinazioni iniziano a soffrire la loro fase di “stagnazione”,
in attesa del rilancio (almeno si spera), l’accoglienza in
quelle destinazioni non può, non deve essere altrettanto “stagnante”.
Non si può
pretendere di avere clienti desiderabili, per la loro capacità di
spesa e non solo, quando si offrono dei servizi inadeguati. La
pensione completa non è il problema: il prezzo della pensione
completa lo è.
Non è più
sostenibile questo trattamento se i prezzi
rasentano il ridicolo, se il personale deve massacrarsi per gestire
la mole di lavoro, che a fine anno porterà un guadagno misero, se la
qualità del cibo e del servizio si abbassano più delle tariffe.
Perché qualcuno,
che può spendere, dovrebbe prenotare la pensione completa se
non mangia niente di speciale e se viene servito male?
E, visto che
quest’estate si parlava tanto di ammanchi di personale, perché
della gente con un minimo di professionalità e dignità nel lavoro
dovrebbe essere felice di lavorare in posti simili? Non è
solo lo stipendio che conta: contano il rispetto, certamente,
condizioni lavorative sopportabili, ma anche un ambiente di lavoro
stimolante, che appaghi il nostro desiderio di dare il nostro apporto
alla struttura in cui lavoriamo e crescere, cosa che fa bene a noi,
ma anche alle tasche del nostro datore di lavoro, sul medio periodo…
Ma soprattutto… se
si toglie drasticamente il trattamento, dove andrà chi può
spendere, e spenderebbe per quel trattamento, non volendo spostarsi
dall’hotel per i pasti? Non si creerà un buco gigante
nell’offerta, che andrà a favorire chi non ha tolto il
trattamento, ma lo ha reso sostenibile?
Maleducati Ossequi
LaReception
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sabato 29 settembre 2018
Prepariamo le esequie della pensione completa? - 2 La vendita.
Ricordo che la mia riflessione è scaturita dall’articolo di Andrea d’Angelo di Teamwork https://www.hospitalitynews.it/in-morte-della-pensione-completa/ su Hospitality News. Il post introduttivo, invece, lo trovate qui.
Il primo aspetto della pensione completa analizzato è proprio quello più complesso ed importante ed ovviamente non mi aspetto che in un post venga data la soluzione al problema, piuttosto che faccia sorgere in me una serie di domande sul mio operato.
L’esempio riportato è abbastanza estremo.
Se si rimane ancora al “minimum stay 7 giorni”, e magari pure al soggiorno fisso sabato/sabato o domenica/domenica per tutta la stagione, basta mettere un automa che prenda prenotazioni piatte come addetto alle prenotazioni. Grande, hai risparmiato sul costo del lavoro!
Ma questo risparmio e questo modo di vendere che influenza possono avere sulle vendite stesse?
Maleducati Ossequi
LaReception
Il primo aspetto della pensione completa analizzato è proprio quello più complesso ed importante ed ovviamente non mi aspetto che in un post venga data la soluzione al problema, piuttosto che faccia sorgere in me una serie di domande sul mio operato.
L’esempio riportato è abbastanza estremo.
Se si rimane ancora al “minimum stay 7 giorni”, e magari pure al soggiorno fisso sabato/sabato o domenica/domenica per tutta la stagione, basta mettere un automa che prenda prenotazioni piatte come addetto alle prenotazioni. Grande, hai risparmiato sul costo del lavoro!
Ma questo risparmio e questo modo di vendere che influenza possono avere sulle vendite stesse?
- Se i giorni disponibili, per budget, ferie o scelta, fossero sei invece di sette, cosa si farebbe? Si direbbe di no a sei giorni?
- Il minimum stay di 7 giorni a Ferragosto è comprensibile per non riempirsi di soggiorni tipo 14-15, 14-16, 14-17, contemplando il vuoto sul planning negli altri giorni della settimana. Sotto data il comprensibile diventa ridicolo però.
- Per prenotazioni più flessibili, bisogna avere personale che sia in grado di gestirle, queste prenotazioni. Risparmiare sul personale alle vendite e rimanere incrostati negli anni 80 è ancora possibile? Si riesce ancora a vendere bene in questo modo senza svendersi? Guardando i prezzi in picchiata credo proprio di no...
- Proposte accattivanti: bimbi gratis, prezzo più basso rispetto ad altri che possono permettersi di vendere un trattamento decisamente meno oneroso ad un prezzo maggiore... comunque non si raggiunge il risultato desiderato a livello di occupazione prima e di utili poi.
- Chi ha permesso, o meglio, chi ha incoraggiato il deprezzamento di questi trattamenti, facendo in modo che ci arrivino richieste per gruppi a 19 euro a pax per mezza pensione con colazione rinforzata, acqua, vino, gratuità ogni tot pax ecc.? 19 euro, quello che spendo se vado a mangiare una pizza fuori e mi permetto un antipasto condiviso con gli altri e magari un dolce.
- Costa poco = vale poco. Se si pubblicizza un'offerta limitata, una tariffa iniziale riservata al primo, fortunato, ospite (chiamatelo revenue, se volete), posso anche capire. Ma se l'offerta speciale non è per pochi intimi, che offerta speciale è? Se bisogna livellarsi verso il basso per riuscire a vendere il proprio prodotto, non si sta di certo facendo revenue. E per chi, come noi, ha bisogno di clienti fedeli, che siano il nostro primo strumento di marketing, è un grosso danno far abituare i clienti ad un prezzo basso, per diverse ragioni:
- Quel cliente, disposto a pagare quel prezzo, non è disposto a pagarlo solo in quel momento, ma sarà sempre disposto a pagare solo quel prezzo o sopportare aumenti di poco conto. Se da oggi a domani il preventivo varia di centinaia di euro, il cliente non tornerà. In un luogo di passaggio, possiamo anche fingere che "non ce ne freghi nulla", che avremo sempre il ricambio pronto. In luoghi in cui il flusso turistico è in considerabile diminuzione, dove se deludi uno ti scordi la sua cerchia di amici, parenti, vicini più o meno invidiosi ecc., ce ne importa, eccome!
- Di contro, il cliente disposto a pagare sempre un prezzo diverso, si fa due domande sul perché trova un'offerta così bassa. Oppure, se viene a sapere che più di qualcuno ha pagato in proporzione molto meno di lui, si chiede perché a lui non siano state riservate condizioni migliori, specie se è un cliente fedele. Il risultato è lo stesso del punto 1: adios.
- Quanti "cacciatori di offerte", solitamente clienti dei portali e non diretti dell'hotel, sono disposti a spendere per comprare servizi extra o per passare da una camera base ad una camera più costosa? O piuttosto non sono già sufficientemente stati istruiti ad estorcere un upgrade gratuito e a fingere di non aver letto le condizioni al momento dell'acquisto, magari con una velata minaccia di scrivere una recensione negativa?
- Tutto questo che c'entra con il valore della struttura? Non si può avere un valore alto e un prezzo basso? O con un prezzo basso si crede di poter gestire le aspettative del cliente più facilmente, perché si pensa che, pagando poco, il cliente si debba accontentare di quello che gli si dà? Funziona questo? Paghereste oggi 2 euro una brioche che avete pagato 50 centesimi ieri, pur sapendo che valeva 2 euro e non 50 centesimi? Il prezzo non c'entra nulla col valore che ci si dà?
- Quanto si investe sul servizio? Perché dovrei passare 3 ore della mia giornata, in vacanza, in un posto in cui le pietanze sono preparate senza passione e servite meccanicamente? Non parliamo delle materie prime poi... La scusa è sempre pronta: non ci sono soldi e i clienti vogliono mangiare, mangiare, mangiare e se il buffet è infinito non è mai abbastanza. Scaricare nello stomaco dei clienti tonnellate di cibo è davvero l'unico modo di tenerseli stretti? Ma procurarsi persone in sala che guidino nella scelta gli ospiti (invece di quelle che non si ricordano neanche cosa c'è nel menu), che siano attive nel servizio e non passive, e persone in cucina con l'obiettivo di soddisfare il palato dei clienti, senza dover ricorrere al buffet per far loro dimenticare il primo e il secondo? Ah giusto, il personale non si trova. Non sarà che magari la ricerca viene fatta secondo criteri che portano le persone con un minimo di professionalità a dire "no, grazie!"?
Non si può organizzare un servizio decente con una serie di neofiti che non hanno nulla a che fare con l'ospitalità, fermo restando che non è un crimine inserire degli elementi nuovi motivati o degli stagisti, visto che i talenti dell'ospitalità non vengono fuori dal nulla - agli stagisti però bisogna insegnare, non affibbiare le mansioni meno desiderabili, e bisogna farlo nelle ore concordate, perché non devono sostituire i dipendenti-. Al contrario, è ora di iniziare a dire di "no" ai soliti mercenari che non solo chiedono cifre esorbitanti, ma non valgono neanche 1/10 di quello che chiedono. Ogni anno ne conosco qualcuno di nuovo e purtroppo continuiamo a passarceli... - Ultima ristrutturazione, ultimo restyling delle camere e dei bagni, ultimo ammodernamento degli ambienti comuni? Non ci sono le risorse? E come mai, se si è lavorato sempre bene?
- Target? Se magna? Con quel servizio e quei prezzi, a chi ci rivolgiamo? Siamo sicuri di volere quella tipologia di cliente che:
- oggi paga poco e domani vuole pagare anche meno
- non consuma un euro di extra e poi si lamenta dei servizi non inclusi
- dopo aver lasciato sul tavolo dodici piattini da contorno, vuoti, dice che il buffet è scarso e si mangia male
- magari a fine soggiorno va a "gufare" lasciando un pallino o due, perché non ha avuto uno sconto o ha dovuto pagare per una camera superiore a quella che aveva prenotato -però al check-out andava tutto bene-?
- E come si vendono le camere? Con l'automa che ti dà il prezzo fisso e il periodo fisso, prendere o lasciare? Con i portali e i loro mille programmi fedeltà (al portale) a cui diciamo "sì" e che paghiamo noi? Se non si ha la potenza commerciale per avere uffici dedicati alle vendite, almeno si prenda del personale con più competenze (vere, non a chiacchiere...). Costa di più, ma vale di più.
Maleducati Ossequi
LaReception
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venerdì 28 settembre 2018
Prepariamo le esequie della pensione completa? - Introduzione
Sono di rientro
dalla mia consueta sparizione stagionale. Ormai è un classico: mi
prefiggo di scrivere i miei commenti “a caldo”, ma finisco per
essere troppo coinvolta dagli avvenimenti stagionali, sempre nuovi
nel loro ripetersi, come i problemi, e quindi come al solito ho fatto
accumulare polvere virtuale sul mio blog. In compenso, ho cercato di
essere più presente sulla mia pagina facebook
https://www.facebook.com/maleducazioneturistica/
, dove però gli argomenti ed i toni sono più leggeri, come le
vignette che pubblico dopo qualche shock al lavoro!
Taglio corto e torno
all’argomento di cui volevo parlare: la pensione completa.
Prendo spunto da
questo articolo
https://www.hospitalitynews.it/in-morte-della-pensione-completa/
di Andrea d’Angelo scritto per hospitality news (il blog di
Teamwork) , comparso davanti ai miei occhi mentre tentavo di svuotare
il cervello dalla tensione della giornata su facebook – essendo
stato pubblicato il 14 agosto, chiunque lo abbia letto si trovava nel
pieno dell’esaurimento da Ferragosto-.
L’articolo è
stato più volte condiviso su vari gruppi facebook da semplici
lavoratori del turismo, consulenti e formatori che approvavano
l’analisi e le conclusioni alle quali l’autore era giunto.
Io lavoro prevalentemente in un
hotel stagionale, sul mare, il cui trattamento principale è proprio
quello, perlomeno nei mesi più “caldi” per temperatura o
tradizione. Ho spesso parlato delle tipiche situazioni che ci
troviamo ad affrontare noi che lavoriamo in questo genere di alberghi
(specie se non molto “di lusso”) e destinazioni (specie se in
fase di “stagnazione”, come prodotto). Altrettanto spesso ho
scherzato su aneddoti, richieste e situazioni che ci troviamo ad
affrontare, anche quando ci troviamo in seria difficoltà, lavorativa
o relazionale. Questo per far capire, soprattutto a chi mi legge per
la prima volta, qual è il punto di vista della persona che sta
scrivendo.
L’articolo del
d’Angelo inizia con il necrologio, che dà per per morta la
pensione completa e per morente la mezza pensione come modello di
business in generale (soprattutto per hotel con meno di cinquanta camere ed una gestione di tipo non familiare per la forza lavoro).
In seguito elenca i fattori che lo hanno fatto
giungere alla sua conclusione. Per comodità, perlomeno all’inizio,
proverò anche io ad utilizzare gli stessi fattori per la mia analisi
e, per non ammorbarvi con un unico post chilometrico, dividerò le
mie considerazioni in diversi post, cominciando da quello sulla
vendita.
A tra pochissimo.
Maleducati ossequi.
LaReception
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